Discorso di apertura del Sottosegretario di Stato Vincenzo Scotti alla riunione dell’Infrastructure Consortium for Africa.

Dottoressa Elham Mahmood Ahmed, Ibrahim,
Dottor Mandla Gantsho
Signore e Signori,

L’Italia, che ha l’onore di Presiedere il G8 in questo difficile anno, è  particolarmente lieta di ospitare la riunione annuale dell’Infrastructure Consortium for Africa, la cui partecipazione ci dicono gli organizzatori, è cresciuta notevolmente rispetto alle precedenti edizioni.

L’Africa sarà al centro delle deliberazioni dei Leader G8 al Vertice della Maddalena. I temi prioritari che verranno discussi a luglio – acqua, sicurezza alimentare, salute, educazione, pace e sicurezza – sono tutti intrinsecamente collegati a quello delle infrastrutture. Da qui l’importanza che noi attribuiamo a questa riunione che ho il piacere di inaugurare e che speriamo possa aiutarci a trovare nuove modalità di finanziare in maniera sostenibile le reti infrastrutturali in Africa, contribuendo così allo sviluppo del Continente e al perseguimento degli Obiettivi del Millennio.

Nella difficile congiuntura economica che stiamo attraversando, le ragioni di questo Consorzio (“consortium” - una parola che suona molto bene per un italiano a causa della etimologia latina, che ci è molto più famigliare rispetto alle espressioni piuttosto inflazionate nella prassi multilaterale quali partnership o coalition-) tra il G8 e le istituzioni rappresentative e finanziarie africane sono particolarmente evidenti.

Gli effetti della crisi globale sulle economie meno forti e più afflitte dal problema della povertà sono facilmente intuibili. Sulle infrastrutture in Africa la crisi ha già adesso avuto l’effetto di rallentare se non di paralizzare molti progetti in corso. Ha anche reso più difficile la formulazione di nuovi progetti e rischia di penalizzare quelli che hanno una prospettiva regionale. Già prima di questa crisi l’insufficienza nelle infrastrutture ha reso endemici alcuni fattori di freno allo sviluppo: l’arretratezza delle infrastrutture penalizza il clima economico complessivo, il clima economico insufficiente, la non bancabilità, rendono più difficile la mobilitazione di capitali, quindi l’ammodernamento delle infrastrutture.

Rilanciare l’investimento in infrastrutture è dunque una priorità non solo per controbilanciare gli effetti della crisi, contribuendo alla creazione di posti lavoro e di nuove opportunità sviluppo del settore privato, ma anche, in un’ottica di più lungo periodo, favorire un migliore inserimento del Continente africano nell’economia globale. Questo investimento non può però essere fine a se stesso. Non possiamo permetterci “cattedrali nel deserto”. L’investimento in nuove infrastrutture deve rispondere a un reale  bisogno ed essere inserito in una più ampia strategia di promozione dell’attività economica e dello sviluppo sostenibile.

Credo pertanto che in queste condizioni e nella prospettiva delle nuove regole più trasparenti che si darà la Comunità Internazionale in materia di commercio e di transazioni finanziarie, la ricetta e la metodologia del processo del Nepad trovano una rinnovata validità: da parte africana l’impegno nella governance, nel miglioramento del clima economico, nella collaborazione e nella integrazione regionale, condizioni necessarie per uno sviluppo economico sostenibile ed inclusivo. Da parte dei Paesi industrializzati occorre invece accompagnare questo processo con iniziative mirate e proporzionate alle risorse disponibili.

Si accusa talvolta il processo del Nepad di essere lento, burocratico ed inefficiente: personalmente non condivido questa tesi. Non possiamo giudicare l’Africa solo dalla velocità dei Paesi che superano il “peer review mechanism”. Negli ultimi 10 anni l’Africa ha registrato dei progressi straordinari se si tiene conto del punto di partenza delle condizioni politiche e dei condizionamenti storici. Vari Paesi hanno ormai creato dei sistemi finanziari efficienti e messo in piedi dei processi di sviluppo sostenibile. Nonostante gli “stop and go”, nonostante il continente sia cresciuto meno di altre regioni, si assiste ad un processo graduale, ma costante che occorre proseguire ed incoraggiare.

Non vi sono alternative all’empowerment africano e l’Italia è lieta di avere ospitato quel il vertice economico che nel luglio 2001 ha formalizzato il convinto supporto del G8 al Nepad che era stato lanciato pochi giorni prima dagli africani a Lusaka.

Occorre che l’Africa non sia ostaggio delle risorse per definizione limitate dell’aiuto pubblico allo sviluppo, risorse che in volume non sono comunque mai state sufficienti per soddisfare le necessità del continente in materia di infrastrutture. Senza in alcun modo voler mettere in discussione gli impegni presi nel quadro degli obiettivi del millennio, è evidente che il problema delle infrastrutture in Africa non potrà che essere risolto attraverso un utilizzo più selettivo dell’Aiuto Pubblico ed un ricorso più sistematico al mercato, ai partenariato pubblico privati ed ai finanziamenti privati. E’ molto positivo che la sessione finale dell’ICA sia dedicata quest’anno ad un seminario congiunto con il fondo della Banca Mondiale che promuove assistenza tecnica in favore delle partnership pubblico private, fondo che l’Italia ha ripreso a finanziare lo scorso anno.

Nei progetti infrastrutturali il governo italiano intende offrire alla Banca Africana di Sviluppo una iniziativa pilota in materia di valutazione del rischio e di brockeraggio dei meccanismi di mitigazione del rischio, per facilitare in tal modo una risposta al problema della bancabilità e facilitare la mobilitazione di capitali addizionali di tipo privato. Crediamo che l’incoraggiamento non vada indirizzato solo agli africani: che anche da parte degli investitoti e dei prestatori vi sia da incoraggiare una migliore e più attenta considerazione sulle opportunità e sull’effettiva dimensione del rischio di finanziamento di determinate infrastrutture africane. L’iniziativa mira ad appoggiare l’azione insostituibile svolta dall’African Development Bank in favore di un miglioramento del clima economico e del ricorso a capitali di origine privata. Siamo particolarmente  grati all’OCSE per il supporto fattivo e cooperativo che esso ha offerto alla nostra iniziativa. Siamo però anche molto interessati, poiché l’iniziativa è solo abbozzata, a conoscere le riflessioni e gli apporti che verranno formulati nel corso del dibattito.

I problemi sui quali l’ICA sarà chiamata a dibattere sono numerosi e complessi. Sono però fiducioso che il clima di collaborazione  e l’importanza di queste tematiche per il futuro del continente e l’urgenza del momento daranno impulso ai lavori della riunione del Consorzio.
Auguro a tutti un buon lavoro.